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Come girasoli

La storia di Simone

La Mongolfiera

Simone arriva in famiglia quasi in punta di piedi, quando tutto sembra già definito e avviato. Dieci giorni dopo la sua nascita arriva anche una diagnosi che spiazza: sindrome di Down. Lo shock è reale, umano. Eppure, proprio in quel momento fragile, emerge un’ipotesi più grande della paura: l’idea, radicata nella fede, che ogni vita sia una promessa di compimento, anche quando non coincide con le aspettative.

Per gli adulti, la sfida è profonda. Crescere Simone significa fare i conti con un’evidenza radicale: il destino dei figli non è nelle mani dei genitori. Cade, poco alla volta, l’illusione di poter controllare tutto, di poter “teleguidare” il futuro. Al suo posto, però, nasce uno sguardo nuovo, più umile e più vero: quello che porta ad accompagnare i figli verso un destino che non si costruisce da soli, ma che è affidato a un Altro.

Con questo sguardo su di sé Simone fiorisce, fino a diventare una presenza che educa tutti, dai suoi fratelli, che imparano a guardarsi con una carità nuova e a litigare meno, scoprendo un punto di unità e rispetto reciproco, alla sua stessa educatrice, coinvolta così profondamente che decide di dedicargli la propria tesi di laurea, e per la quale un incarico temporaneo si trasforma in una scoperta della propria vocazione. Ma soprattutto, Simone educa i suoi genitori ad andare all’essenziale, a non dare nulla per scontato e a chiedere aiuto, trasformando la fatica in un'occasione di unità profonda.

Ogni suo gesto — persino la festa incontenibile al ritorno del papà dal lavoro — diventa un richiamo alla radicalità dell’ipotesi buona sulla vita.

In questo tessuto si inserisce La Mongolfiera, che offre qualcosa di essenziale: la certezza di non essere soli. Qui la fatica non viene negata, ma condivisa. E proprio questa compagnia rende il peso più leggero. Così una circostanza difficoltosa si trasforma in una strada di vocazione, di significato e di destino.

La storia di Hassina

Portofranco

Avevo 15 anni e avevo bisogno di essere aiutata in inglese. Ho iniziato a frequentare Portofranco e in breve tempo ci passavo tutti i pomeriggi. Avevo trovato degli amici con cui parlare di tutto e che avevano le stesse domande sulla vita che avevo io.

Un giorno poi mi hanno invitato a una vacanza in montagna. [Chi guidava ci ha detto]: «Neanche se vi uniste tutti insieme, riuscireste a fare un solo sassolino di quella montagna, nemmeno un fiorellino che nasce dalla roccia… l’unico che può farlo è Dio». Quando ha detto «Dio» in quel modo, ho pensato: «Ma allora esiste veramente?».

In quel momento ho sentito il cuore scoppiare, e ho detto «Dio» con tutta me stessa. Mi sembrava logico fosse Lui. Come se quello che aspettavo nella mia vita esistesse, sembrava così paterno e così presente! Non qualcuno di cui avere paura, che giudica il mio male e i miei limiti, ma Uno che per me ha fatto pure un fiore che nasce dalla roccia.

Quel giorno non me lo dimenticherò mai, era giugno del 2009. Da allora è iniziato un percorso per conoscere Dio, cioè il Padre, e per conoscere me.

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